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ASPETTI CLINICI DEL MINOR STROKE

Fabio Chiodo Grandi & Lucia Antonutti
U.O. Neurologia, Ospedali Riuniti di Trieste

Lo stroke rappresenta per i paesi sviluppati la terza causa di morte e la prima causa di disabilità. La sua incidenza è di 1,7 - 3,6 nuovi casi ogni 1.000 abitanti tra 55 e 64 anni; 9,6 - 24,2 nuovi casi ogni 1.000 abitanti tra 75 e 84 anni.

In Italia ci sono 100.000 nuovi ictus ogni anno con una prognosi di morte a 6 mesi di circa il 25-35%, e una prognosi di disabilità del 30-44%. Dagli anni ‘50 agli anni ‘80 il tasso di mortalità è diminuito del 40% (Roncaglioni M.C., Bertelè V. 1996).

Lo stroke viene definito come un deficit neurologico focale o globale, ad insorgenza improvvisa, i cui sintomi conducono a morte o durano più di 24 ore, senza causa apparente se non vascolare.

Globalmente considerato l’infarto ischemico incide per l ‘82%, l’emorragia cerebrale intraparenchimale per il 10% e l’emorragia subaracnoidea per l’8% (Oxforshire Community Stroke Project).

 

I meccanismi etiologici dello stroke ischemico sono di tre tipi:

- Trombotico

- Embolico

- Emodinamico.

 

Da un punto di vista fisiopatologico si possono distinguere invece:

- Infarto Aterotrombotico (18%)

- Infarto Cardioembolico (20%)

- Infarto Lacunare (30%).

 

A tali categorie vanno aggiunti secondo il Northern Manhattan Stroke Study (Neurology 1997) un 2% di cause varie e un 30% di cause criptogenetiche o non classificabili.

 

Dalla Scuola Anglosassone (Bamford) vengono proposte ulteriori quattro categorie cliniche di Stroke di tipo ischemico, la cui diagnosi è data, prevalentemente, dalla anamnesi e dalla obiettività clinica. Detta classificazione, pur non essendo accettata da tutti, ci pare utile, per il momento, sia per un più corretto raggruppamento dei pazienti nei vari trials, sia, ed è la motivazione più importante, in quanto ciascuna di queste categorie presenta un outcome diverso e quindi la possibilità di formulare una prognosi più corretta all’inizio dello Stroke.

Esse sono la Taci (Total Anterior Circulation Infarction) che incide per il 17% e che presenta la prognosi peggiore, la Paci (Parzial Anterior Circulation Infarct) che incide per il 34%, con un rischio di recidiva precoce, specie nei primi tre mesi, probabilmente per la sua verosimile origine embolica. La Poci (Posterior Circulation Infarction) presente nel 24% dei casi, con un rischio di recidiva più tardiva ma con un maggior rischio di morte a distanza di un anno, la Laci (Lacunar Infarction) che incide per il 24%, anch’essa con una possibilità di recidiva più tardiva, forse per il meccanismo fisiopatologico che la sottende (patologia dei piccoli vasi).

Di queste quattro forme, se escludiamo la Taci, che per la complessità sintomatologica rientra nel Major stroke, le altre tre potrebbero, a seconda della durata, essere definite come Minor stroke.

Fatte queste premesse, se focalizziamo la nostra attenzione sulla definizione attuale di Minor stroke, che implica la risoluzione di tutti i sintomi, anche se non necessariamente di tutti i segni, entro un termine che va da una a tre settimane, a seconda delle diverse scuole di pensiero (anglosassone o americana), ci accorgiamo che tale definizione lascia, però, degli spazi aperti a contestazioni di vario genere. Sarebbe, quindi, utile una miglior precisazione dei termini, vuoi clinici che temporali, sia per uniformare il linguaggio usato con le sue eventuali ricadute sui trials clinici, sia dal punto di vista prognostico e, quindi sulle strategia diagnostico-terapeutiche da intraprendere.

Indice DIAGNOSTICA del TIA e "MINOR STROKE"